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Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise

5 diverse faggete

Tra i faggi più antichi d’Europa

Il regno dell’orso marsicano

Il territorio con la maggior diversità faunistica

Territorio

Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise si estende su una superficie di circa 50.000 ettari, in un’area dell’Appennino Centrale laddove le tre Regioni che ne caratterizzano il nome si incontrano. Imponenti dorsali della catena appenninica (Monte Cornacchia, Monte Serrone, Serra del Re, Serra delle Gravare e Montagna Grande, Monte Marsicano) s’innalzano a nord, dall’antico bacino del Fucino, e sembrano fondersi, in corrispondenza della Camosciara, in un'unica catena montuosa che, raggiunto il culmine altimetrico del Monte Petroso (2.249 m), prosegue verso sud-est fino a terminare con le Mainarde, creando, con contrafforti e incisioni vallive o piccole conche pianeggianti di origine glaciale o modellate dal fiume Sangro e dai suoi affluenti, un sistema montuoso vario, articolato e complesso.

Le rocce che formano i rilievi del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono costituite prevalentemente dai sedimenti depositatisi in una porzione del mare della Tetide che, nell’era Mesozoica, separava il continente euroasiatico dal continente africano. In questo vasto mare si accumulavano i sedimenti che provenivano dallo smantellamento dei continenti e i depositi carbonatici prodotti dall’attività biologica.

Processi di trasformazione in rocce dei sedimenti, movimenti tettonici, erosione, fenomeni di glacialismo e carsismo, dovuti alla natura carbonatica delle rocce, hanno poi modellato queste montagne che, a versanti tondeggianti e in lieve declivio, alternano imponenti pareti sub-verticali.

Spicca per maestosità l’anfiteatro della Camosciara dove affiorano, insieme alle rocce carbonatiche, le dolomie che conferiscono a questo angolo dell’Appennino un aspetto decisamente “alpino”.

Costituito già dal 1921 con iniziativa privata, su appena 100 ettari delle vette più alte della Camosciara, è stato riconosciuto ufficialmente con legge dello Stato nel 1923, dapprima con il nome di Parco Nazionale d’Abruzzo e quindi, nel 2001, con la denominazione attuale, anche per effetto dei suoi ampliamenti che hanno interessato la catena montuosa che fa da spartiacque tra Lazio e Molise. Ai suoi circa 50.000 ettari attuali di area protetta vera e propria, si aggiunge una fascia esterna, estesa oltre 70.000 ettari, che le fa da contorno e per la quale valgono per lo più norme restrittive per l’attività venatoria.

È un Parco abitato: borghi e piccoli paesi di impianto medioevale, o talora recentissimi per insediamenti post-sisma o per sviluppo turistico, sono sparsi, adagiati su conche o arroccati su promontori montuosi, sia all’interno dell’area protetta sia, più spesso, al suo margine, nella fascia di protezione esterna o Area Contigua.

L’attività economica trainante dell’area centrale del Parco (Alto Sangro) è senza dubbio quella turistica, con un’attenzione sempre maggiore a coniugare conservazione e sviluppo, mentre è facile riscontrare resti di attività agricole e zootecniche nei versanti laziali e molisani, grazie anche a condizioni ambientali più favorevoli.

Foto di Francesco Lemma
Vista sulla cima di Monte Petroso - Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
L’anfiteatro naturale della Camosciara - Foto di Valentino Mastrella
Vetta del Monte Amaro di Opi - Foto di Francesco Lemma
Il paese di Opi in autunno - Foto di Francesco Lemma

Foresta

L’insieme delle 5 faggete vetuste (cluster) del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise si distingue per la sua elevata naturalità, caratterizzata da un mosaico di forme strutturali appartenenti a tutte le fasi del ciclo della faggeta, e per la sua collocazione geografica lungo il crinale principale dell’Appennino. Sfuggite a una utilizzazione intensiva per le elevate distanze dalle aree di fondovalle, per gli aspetti orografici e per una riconosciuta funzione di protezione, mostrano un livello complessivo di biodiversità elevato in funzione proprio della loro alta naturalità.

Il sito della Val Fondillo si caratterizza per il substrato dolomitico risalente al Lias inferiore e per l’abbondanza di corsi d’acqua che creano un ambiente molto particolare. Qui la faggeta entra in contatto con le formazioni endemiche del pino nero italico e con il pino mugo, talora con sottobosco di mirtillo. Nella parte bassa, essa è macchiata da esemplari di tasso e agrifoglio. La zona buffer, che abbraccia tutto il versante idrografico destro del Torrente Fondillo e l’area denominata Camosciara, si arricchisce della presenza di una flora endemica o unica per il territorio del Parco.

Nella faggeta di Coppo del Principe, i lembi di foresta vetusta localizzati lungo le dorsali più ripide e rocciose si alternano ad aree contraddistinte da imponenti piante monumentali, che spiccano su una matrice di piante più giovani. Nelle aree di fondovalle compaiono i segni di un antico pascolo arborato con la caratteristica gestione “a capitozza”, mentre al di sopra dell’attuale limite del bosco si notano i resti di “matricine borboniche”. È una delle zone più suggestive per la presenza, oltre che dell’orso marsicano, di altra fauna, quale la Rosalia alpina, il Picchio dalmatino, il barbastello, il tritone crestato, che trova habitat d’elezione per lo svolgimento dei cicli biologici proprio su questi esemplari di faggio imponenti e in fase di senescenza.

La faggeta di Moricento si sviluppa tra crinali montuosi e doline carsiche nell’anfiteatro delimitato dai contrafforti di Rocca Genovese, Monte Marcolano e Monte Prato Maiuri. Qui, l’integrità ecologica e il funzionamento dell’ecosistema sono testimoniati da un mosaico forestale con presenza di tutte le fasi del ciclo strutturale della foresta, che sono mantenute da frequenti eventi di disturbo naturale (vento per lo più) di moderata intensità.

La faggeta della Val Cervara è segnalata come unico esempio italiano di foresta primaria. Salvata da interessi economici grazie alla posizione e alla volontà della comunità locale, presenta al suo interno gli alberi di faggio più vecchi dell’emisfero settentrionale, con esemplari di oltre 560 anni di età. Qui è possibile osservare gli effetti delle dinamiche naturali che regolano il ciclo del bosco: siti di valanga periodicamente interessati da scivolamenti di neve, occupati da popolamenti giovanili di faggio intricati e contorti; piccole dorsali rocciose in cui gli esemplari di faggio si mostrano allineati in un sistema di protezione reciproca; coorti giovanili affermatesi con la morte di alcuni esemplari; e, ovunque, necromassa con tutti i suoi stati degenerativi.

La faggeta di Coppo del Morto, un sottile lembo di ridotta estensione al margine del bosco, rivela invece un tesoro unico. Oltre a contendere il primato di longevità di alcuni faggi con quelli della Val Cervara, questa foresta, in virtù di una sua antica contestazione territoriale, non è stata più toccata dall’uomo da oltre cent’anni. La sua ubicazione, quote elevate ed esposizioni verso i quadranti meridionali, ne fanno un laboratorio speciale per l’osservazione degli effetti del cambiamento climatico sulle foreste.

Gli splendidi colori autunnali delle faggete vetuste - Foto di Francesco Lemma
L’imponenza di un faggio secolare - Foto di Francesco Lemma
Il legno morto a terra porta nuova vita - Foto di Francesco Lemma
La suggestiva volta arborea della faggeta vetusta - Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma

Biodiversità

Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise può essere definito un “parco di foreste” con una fauna ricca e coerente con gli habitat presenti.

La formazione dominante è la faggeta, accompagnata da aceri, tasso e agrifoglio la cui presenza, unitamente ad altre caratteristiche, consente di definire queste faggete come habitat di interesse comunitario prioritario.

Ai bordi della faggeta o nelle ampie radure che la caratterizzano, compaiono maggiociondolo, salicone, sorbi, nocciolo, sambuco, rosacee da frutto selvatiche. In alcune aree del parco è possibile ancora trovare lembi di bosco misto caducifoglio, ora dominato dal cerro ora caratterizzato da più specie come orniello, carpino nero, roverella, tiglio, olmo.

Altri consorzi forestali di notevole importanza sono quelli, con significato relittuale, dei pini neri mediterraneo-montani, sia indigeni, come quelli in località Camosciara, sia quelli introdotti artificialmente.

Oltre il limite della vegetazione arborea si hanno formazioni ad arbusti prostrati, rappresentati in particolare dal pino mugo, dal ginepro nano e dal ramno alpino e talora da ginepro sabino e mirtillo.

Endemismi e piante rare come la Scarpetta di Venere, la Pinguicola della Camosciara, l’orchidea fantasma fanno la loro comparsa in queste faggete.

Generalmente definite piante “inferiori”, funghi, muschi, licheni e felci sono invece un elemento importante e determinante delle faggete vetuste. Al di là di quelle specie fungine che rivestono un interesse edule, nelle faggete vetuste è facile imbattersi in funghi a mensola responsabili, insieme ad altri, del processo di marcescenza del legno.

I licheni (di cui si contano circa 150 specie nel Parco) sono ottimi indicatori della “vetustà” di un bosco con, in particolare, l’Usnea barbata con i lunghi filamenti pendenti dai rami degli alberi, e la Lobaria pulmonaria, caratteristica per un tallo frondoso che ricopre spesso ampie porzioni dei tronchi degli alberi di queste faggete.

Nel Parco sono presenti oltre 200 specie di briofite alcune delle quali caratteristiche di ambienti di faggeta, freschi e poco disturbati: tra esse si segnalano il raro Muschio a scudo (Buxbaumia viridis), che si sviluppa sul legno marcescente del faggio, e la lingua cervina.

La fauna del Parco è di straordinario valore naturalistico, con specie che da sole potrebbero giustificare l'esistenza dell'area protetta: 67 specie di mammiferi, 230 di  uccelli, 14 di rettili, 12 di anfibi, 15 di pesci, e 4.764 specie di insetti, comprendenti importanti endemismi, fanno di questo territorio l’area con più diversità faunistica dell’Appennino, con specie di enorme valore conservazionistico, alcune delle quali inserite negli Allegati della Direttiva Habitat della U.E., quali il camoscio appenninico, l’orso bruno marsicano e il lupo. Qui vivono 10 specie di carnivori quasi tutti legati agli ambienti forestali: oltre i due citati, si ricordano il gatto selvatico, la martora e il tasso.

Le specie censite di pipistrelli invece sono 25, gran parte delle quali trovano il proprio habitat ideale all’interno delle faggete vetuste del Parco. Tra essi vale la pena di ricordare il Barbastello e il Vespertilio di Bechstein.

Per l’avifauna il posto d’onore spetta all’aquila reale insieme ad altri rapaci diurni o notturni. Ma gli uccelli più interessanti di queste faggete sono senza dubbio i picchi e tra essi il Picchio di Lilford o dorsobianco, che vive solo in limitate zone dell'Appennino centro-meridionale.

Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è stato il primo parco nazionale europeo a disciplinare, controllare e sviluppare anche la ricerca e la raccolta entomologica: la Rosalia alpina è, senza dubbio, un indicatore indiscusso della qualità ambientale delle foreste dove viene rinvenuto talora insieme ad altri coleotteri testimoni di foreste con abbondanza di legno morto.

Lotta tra cervi volanti - Foto di Francesco Lemma
Merlo acquaiolo - Foto di Francesco Lemma
Fioritura di anemone dell’Appennino - Foto di Francesco Lemma
Balia dal collare - Foto di Bruno D'Amicis
Harem di cervi in autunno - Foto di Bruno D'Amicis
Colubro di Esculapio - Foto di Francesco Lemma
Foto di Valentino Mastrella
Gufo reale - Foto di Francesco Lemma
Il raro picchio dorsobianco - Foto di Francesco Lemma
Picchio muratore - Foto di Francesco Lemma
Rosalia alpina o cerabice del faggio - Foto di Francesco Lemma
Torcicollo - Foto di Francesco Lemma

Come arrivare

Situato nel cuore dell’Appennino centrale alla medesima distanza da due grandi aree urbane, Roma e Napoli, il Parco è nel complesso facilmente raggiungibile in auto grazie ad una rete autostradale presente a nord (A24-A25 Roma L’Aquila-Pescara, con i caselli Avezzano, Aielli-Celano, Pescina, Cocullo), e a ovest del territorio (A1 Roma-Napoli, caselli Caianello, Cassino, Ferentino) che ricalca gli assi della viabilità romana (Via Tiburtina e Via Latina).

La rete stradale (strade regionali e provinciali) è rappresentata da:

SR 83 Marsicana: collega la Tiburtina Valeria con la Appulo Sannitica ora Statale 17. È la strada che corre parallela al Fiume Sangro, nell’area storica del Parco.

SP 17 del Parco Nazionale: si origina e ricongiunge alla S.R. 83, percorrendo la Valle del Giovenco.

SP 419 Sannite: a Nord Est del territorio del parco. Unisce l’alto Sangro con la Conca di Sulmona.

SP 19 Ultrafucense: consente di raggiungere la Vallelonga dal casello autostradale di Avezzano.

SR 509 Forca d’Acero: connette il versante abruzzese del Parco con quello laziale.

SR 158 Valle del Volturno: collega l’Abruzzo con il Molise (con S.R. 652) e quindi alla Campania (S.R. 17).

Il Parco può inoltre essere raggiunto in treno (fermata Avezzano lungo la linea Roma-Pescara e fermata Castel di Sangro della linea Napoli-Pescara, entrambe poi servite dai pullman della compagnia TUA) che in pullman con le seguenti linee: Avezzano-Castel di Sangro (TUA), Avezzano-Villavallelonga (TUA), Castel di Sangro-Avezzano (TUA), Pescara-Napoli (SATAM e TUA), FlixBus e Il Pullman dei Parchi (Sangritana) in partenza da Roma.

Per informazioni:

Orari dei treni: www.trenitalia.it

Linee autobus compagnia TUA - Trasporto Unico Abruzzese: www.tuabruzzo.it

Linee autobus compagnia FlixBus: www.flixbus.it

Linee autobus SATAM: www.gruppolapanoramica.it

Linee pullman dei Parchi compagnia Sangritana: www.sangritana.it

Sentieri

Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise dispone di una vasta rete di itinerari escursionistici (circa 150) che percorre l'intero territorio del Parco, per una lunghezza complessiva superiore a 750 km. Ogni sentiero, contraddistinto da una lettera e da un numero, è marcato sul territorio con la segnaletica internazionale, bandierina rossa/ bianca/ rossa.

La rete sentieristica è riportata nella nuova carta escursionistica del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ed è anche disponibile su smartphone, tablet, tramite l’applicazione PDF map con cui è possibile visualizzare la propria posizione, registrare tracce GPS, aggiungere segnaposto, e trovare luoghi.

L’attività escursionistica è possibile su tutta la rete sentieristica esistente. Tuttavia si consiglia di informarsi presso la sede del Parco perché possono essere possibili limitazioni su alcuni itinerari.

Alcuni siti di faggete vetuste del Parco sono attraversati da tracciati escursionistici, altri ne sono semplicemente lambiti.

Di seguito vengono proposti alcuni percorsi uno per ciascuno dei 5 siti delle faggete del Parco, con origine e termine da un punto raggiungibile con autovettura. I sentieri proposti possono ovviamente essere percorsi in senso inverso, oppure solo in parte. Si possono inoltre combinare a piacimento diversi itinerari secondo le proprie esigenze.

Non esiste ancora un servizio di navetta né un sistema funzionale di trasporto pubblico, per cui per poter compiere il percorso completo in alcuni casi occorre pianificare per bene gli spostamenti; in alternativa si dovrà tornare sui propri passi.

1. La Val Cervara

Al cospetto della faggeta più antica d'Europa

  • Sentiero principale R5
  • Partenza Passo del Diavolo (1.400 m slm)
  • Lunghezza 5 km fino a Fonte Puzza + 7 km fino a Madonna della Lanna
  • Dislivello in salita 330 m (Fonte Puzza -1.730 m slm)
  • Dislivello in discesa 560 m (Fonte Prati d’Angro - 1.170 m slm)
  • Tempo di percorrenza 2 h fino a Fonte Puzza + 3 h fino a Madonna della Lanna
  • Difficoltà media visto il tracciato comodo e il ridotto dislivello

La faggeta più antica d’Europa può essere comodamente visitata grazie al sentiero R5 che collega la vallata dell’Alto Sangro (Passo del Diavolo) con la Vallelonga e che corre lungo il selvaggio vallone del Lampazzo per poi, arrivati a Fonte Puzza, discendere all’interno della foresta della Val Cervara fino a sfociare nei pianori di Prati d’Angro. Da qui si prosegue lungo il B1 per 3 km circa fino alla località Madonna della Lanna.

Un tracciato comodo, con ridotto dislivello e che si immerge ben presto, dopo poco più di un chilometro su sterrato (T1), nel cuore della faggeta vetusta, dove oltre a tutte le forme strutturali del bosco, ci si può imbattere nei suoi più interessanti rappresentanti, quali orso, lupo e cervo.

Leggermente più impegnativo se fatto nel verso opposto, non può però mancare all’appello se si vuole veramente comprendere una foresta vetusta.

2. Selva Moricento

Una vera area wilderness tra crinali montuosi e doline carsiche

  • Sentiero principale R4
  • Partenza Passo del Diavolo (1.400 m slm)
  • Lunghezza percorso 11 km (7 km fino a Valico Marcolano + 4 km fino a Madonna della Lanna)
  • Dislivello in salita 500 m (valico Marcolano - 1.900 m slm)
  • Dislivello in discesa 790 m (Madonna della Lanna -1.110 m slm)
  • Tempo di percorrenza 5 h (2,5 h fino a valico Marcolano + 2,5 h fino a Prati d’Angro)
  • Difficoltà per escursionisti esperti per dislivello, lunghezza e asperità dei luoghi

La Foresta di Moricento è interessata da una rete sentieristica fatta di antiche strade carrozzabili che convergono tutte nella località Cicerana, nel Comune di lecce dei Marsi, collegate e di facile accesso.

Il sentiero più affascinante (R4) è senza dubbio quello che si origina da Passo del Diavolo e quindi dopo un tratto di circa 1,5 km (T1) su strada sterrata, devia dapprima verso la località “stazzo di Fossa Perrone” inoltrandosi, comodamente, sempre più all’interno della faggeta vetusta fino alla radura di Campo Secco. Da qui si prosegue fino ad arrivare sul valico del Marcolano, da dove si abbraccia con lo sguardo tutta la foresta di Moricento e quella della Val Cervara e i Prati d’Angro verso i quali discendere con il medesimo sentiero fino alla località Madonna della Lanna.

Il sentiero, fatto nel verso opposto, richiede una migliore preparazione fisica a causa di un maggior dislivello altimetrico da percorrere.

3. Coppo del Principe

Una faggeta dove storia e natura si incontrano

  • Sentiero principale C5
  • Partenza Pescasseroli (camping la Panoramica 1.200 m slm)
  • Lunghezza percorso 16 km
  • Dislivello 630 m (rifugio Pesco di Iorio - 1.830 m slm)
  • Tempo di percorrenza 6 h (2 h fino al Rifugio Pesco di Iorio)
  • Difficoltà media (percorso in quota, lungo e con un certo dislivello ma non particolarmente faticoso)

La faggeta di Coppo del Principe, pur senza addentrarsi in essa, può essere ammirata in tutta la sua bellezza tramite un percorso ad anello che partendo da Pescasseroli (nei pressi della base degli impianti scioviari), raggiunge il rifugio di Pesco di Iorio (itinerari B1-R7-B4) si sviluppa lungo la cresta Tre Confini – Monte Tranquillo (C5), fino al santuario omonimo, da cui si rientra in paese tramite il sentiero C3 e la strada sterrata (C1).

Un percorso in quota, lungo ma non particolarmente faticoso con una visuale dall’alto sulla foresta, privilegiata pertanto, con la quale se ne possono apprezzare la struttura e le dinamiche.

Praterie colonizzate dal ramno alpino e frequentate dall’orso, alberi imponenti e dalle forme a candelabro, panorama che spazia sull’intera area del Parco, rendono indimenticabile questo itinerario che coniuga storia, natura e paesaggio.

4. La Val Fondillo

Alla scoperta della faggeta dove tutto nacque

  • Sentiero principale F1
  • Partenza: Segheria Val Fondillo (1.080 m slm)
  • Lunghezza percorso 4 km (andata)
  • Dislivello 720 m (cima di Monte Amaro - 1.860 m slm)
  • Tempo di percorrenza 2 h (andata)
  • Difficoltà media (non lungo ma impegnativo per dislivello, pendenza e tratti esposti)

La faggeta vetusta di Val Fondillo (Cacciagrande e Vallone Iancino) rappresenta il nucleo originario del Parco, ma per le sue condizioni di impervietà non è facilmente visitabile. Il tracciato che meglio si avvicina (F1), impegnativo per dislivello, pendenza e per tratti esposti, raggiunge la cima del monte Amaro (1.885 m), palcoscenico naturale da cui lo sguardo spazia a 360° sull’area protetta e offre una visione sulle cengie della Camosciara, coperte da pino nero, pino mugo e sulla foresta sottostante di Cacciagrande consentendo, parallelamente, di osservare con buona probabilità piccoli branchi di camosci al pascolo.

Il ritorno avviene necessariamente lungo il medesimo percorso.

Una alternativa alla portata di tutti, anche se si limita a costeggiare la faggeta vetusta, è data dai tracciati di fondovalle, Val Fondillo - F2 e Camosciara G1-G6, che si snodano tra le aree più rappresentative del Parco e pertanto assolutamente da visitare.

5 La faggeta di Coppo del Morto

Un percorso attraverso il “bosco conteso”

  • Sentiero principale A3
  • Partenza Pescasseroli (1.150 m slm) o Bisegna (1.210 m slm)
  • Lunghezza 10 km (fino al Valico del Carapale) + 5 km (fino a Scanno)
  • Dislivello in salita 910 m (Valico del Carapale - 2.060m slm)
  • Dislivello in discesa 1.000 m (Scanno -1.050 m slm)
  • Tempo di percorrenza 3 h fino al Valico del Carapale + 2 ore fino a Scanno
  • Difficoltà media per lunghezza e dislivello non trascurabile

Situata lungo la pendice meridionale di Serra della Terratta, la faggeta vetusta di Coppo del Morto è una piccola fascia boscata contesa per lungo tempo tra i Comuni di Pescasseroli e Scanno. Essa è facilmente raggiungibile grazie ad una lunga sterrata (A1) che collega l’abitato di Pescasseroli con Bisegna. Nei pressi del Valico di Terraegna, (quota 1.730) si dirama il sentiero A3 che attraversa tutta la foresta fino al valico del Carapale da cui si può proseguire, sempre con lo stesso sentiero, verso Scanno compiendo così una delle classiche “traversate” del Parco.

Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma

Attività

La visita al Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è sempre un'occasione che offre grandi emozioni. Grazie ad un clima non eccessivamente rigido è possibile visitare il Parco in ogni stagione.

Qualunque sia il periodo scelto per trascorrere una vacanza al Parco, occorre un equipaggiamento per media e alta montagna, oltre a una macchina fotografica, un binocolo, una mappa dell'area protetta e un paio di scarpe adatte a lunghe passeggiate. L'ingresso al Parco è libero e gratuito purchè nel rispetto di norme comportamentali che, proprio nelle faggete vetuste, possono essere più restrittive. La fragilità delle cinque faggete vetuste del Parco necessita di un approccio responsabile e rispettoso da parte di tutti.

È preferibile scegliere la primavera quando la natura si risveglia. La faggeta abbandona il suo abito invernale: nel sottobosco, ora molto illuminato, le specie erbacee approfittano per svolgere, con la fioritura, i propri cicli vitali, prima che gli alberi comincino a ricoprirsi di foglie, a partire da quelle dei rami più bassi passando poi a quelli più alti, dal centro del bosco fino ai suoi bordi, in una consolidata sequenza temporale. Specialmente nelle faggete meno disturbate è facile osservare “i gentili”, quegli alberi che prima degli altri emettono le foglie, quasi a tastare l’aria, cosa che di fatto, a meno di tardive ondate di gelo, consente loro di avere un maggior successo in termini evolutivi.

È il periodo delle fioriture, dei versi e richiami degli animali che riprendono l’attività e, pertanto, è il periodo ideale per l’attività escursionistica.

Non meno interessante è l’autunno che, spesso con giornate di sole tiepido, regala una tavolozza di vividi e caldi colori e una variegata offerta alimentare fatta di bacche, frutti carnosi, frutti secchi di interesse non solo per la fauna.

Nel periodo estivo, la faggeta (ma la montagna in generale) svolge a pieno regime la sua funzione di svago e di relax, grazie all’ombra proiettata dalle sue grandi chiome, al fruscio delle foglie, ai profumi del sottobosco che rigenerano corpo e menti troppo a lungo soggette a ritmi e rumori degli ambienti cittadini. L’estate è anche l’occasione per praticare attività sportive di vario genere. Oltre che con le classiche escursioni a piedi, più o meno impegnative, il contatto con la natura può essere cercato con escursioni a cavallo, in bicicletta, con nuotate nei laghi del parco, ecc.

Natura, ma non solo: nei villaggi del Parco è anche possibile fare un tuffo nella storia dei centri urbani e nelle tradizioni delle popolazioni locali, con una ricchissima offerta di manifestazioni culturali, sportive, enogastronomiche, piccoli musei, aree faunistiche.

L’inverno è senza dubbio la stagione più “dura”. Nella faggeta, abbandonate le foglie, il ghiaccio disegna e cesella ricami tra i rami degli alberi e la neve attutisce tutti i suoni. La fauna è migrata altrove, è in letargo o trova nella faggeta l’estremo rifugio.

Ma superato il primo brivido di freddo, il Parco d’inverno è suggestivo e offre a chi sa muoversi con gli sci o a piedi emozioni uniche.

Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma

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Progetto finanziato a valere sui fondi Legge 20 febbraio 2006, n. 77 "Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella "lista del patrimonio mondiale", posti sotto la tutela dell'UNESCO.