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Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

La più estesa foresta vetusta

Tra i faggi più antichi d’Europa

Un rifugio per il picchio nero

Nidi di aquila su abeti alti 40 m.

Territorio

La Riserva Integrale di Sasso Fratino è la prima riserva integrale istituita in Italia nel 1959, insignita del Diploma Europeo delle Aree Protette nel 1985 e divenuta Patrimonio Unesco nel 2017, assieme ad un’ampia area buffer circostante. Le faggete vetuste di Sasso Fratino e le Riserve Biogenetiche Casentinesi rappresentano il cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, una delle aree forestali più pregiate d’Europa fra la Romagna e la Toscana.

Istituito su un’area di circa 36.000 ettari, equamente divisa fra l’Emilia-Romagna e la Toscana, comprende territori delle province di Forlì-Cesena, Arezzo e Firenze e si estende lungo la dorsale appenninica tosco-romagnola, scendendo ripidamente lungo le vallate parallele del versante romagnolo e in maniera più graduale nel versante toscano, che si presenta con pendii più dolci, fino all’ampio fondovalle formato dall’Arno. Il paesaggio è caratterizzato dalle rocce sedimentarie, prevalentemente arenarie, intercalate a marne, che in Romagna appaiono frequentemente con caratteristiche scarpate stratificate, o con crinali spogli. Il Parco include anche la foresta monumentale che avvolge il Santuario Francescano della Verna, oltre che numerose altre aree, non solo forestali, a grande valenza naturalistica.

Al visitatore che raggiunge questi luoghi, risalendo le irte e selvagge valli dell’alta Romagna, o il corso del fiume Arno lungo lo storico e ricco d’arte fondovalle casentinese, oppure l’imponente valle del torrente Falterona nel versante fiorentino, il Parco offre l'opportunità di scoprire ambienti affascinanti senza mai uscire dal lussureggiante e rigoglioso manto verde che lo avvolge in quasi tutta la sua estensione.

Si tratta di un territorio con centri abitati ricchi di storia, in cui il rapporto con l’uomo ha radici lontane nel tempo e ben documentate fin dal 1012, quando San Romualdo diede vita all’Ordine dei Monaci Camaldolesi, che per secoli saranno custodi e gestori di questo patrimonio secondo le regole del famoso Codice Forestale Camaldolese, testimonianza di legame tra ricerca spirituale e cura della foresta.

È inoltre nel maggio del 1213 che il conte Orlando Cattani di Chiusi in Casentino fece dono a San Francesco del Monte della Verna. È l’inizio della storia di uno dei luoghi più profondamente intrisi di misticismo dell’Occidente, in cui San Francesco ricevette le stimmate durante la Quaresima del 1224. La rupe calcarea di Monte Penna è oggi ricoperta da una foresta conservata nella sua ricchissima varietà da quasi otto secoli di gestione francescana, che vedeva il bosco come parte del creato attraverso cui si manifestava l’opera di Dio e, come tale, da rispettare e venerare.

Il Parco rappresenta quindi un’area nella quale l’uomo ha sempre vissuto e lavorato, ed è anche questo il motivo della presenza dei numerosi ruderi e borghi abbandonati nel suo territorio. A causa del massiccio esodo che si è verificato a partire dal secondo dopoguerra, il numero degli attuali abitanti del Parco è ridotto a circa 1.500 persone. Se l’abbandono ha causato la scomparsa di un’intera civiltà appenninica, con i suoi numerosi e antichi saperi, tradizioni e modi di vivere, essa ha anche lasciato il passo a foreste rigogliose e a una ricca biodiversità.

La famosa cascata dell’Acquacheta - Foto di Francesco Lemma
L’interno della volta arborea della foresta vetusta - Foto di Francesco Lemma
Il crinale appenninico spartiacque tra Romagna e Toscana - Foto di Alessandro Cappuccioni
Arbusteti e giovani boschi in una delle numerose aree del Parco non più utilizzate dall'uomo - Foto di Francesco Lemma
L’alta valle del Tramazzo - Foto di Francesco Lemma
Il pianoro innevato di San Paolo in Alpe - Foto di Riccardo Rimondi
Il Santuario Francescano della Verna - Foto di Matteo Perini
Monte Penna - Foto di Nevio Agostini
L’abetina di Campigna - Foto di Nevio Agostini

Foresta

«Le ripe della Penna, delle Cullacce, le vallette dei Forconali ecc., costituiscono altrettanti recessi inaccessibili, dove sarebbe facile conservare alla natura tutto il suo carattere senza alterazione alcuna nella flora e nella fauna. E questi piccoli parchi naturali, non che di danno alla foresta, potrebbero riuscire uno dei suoi più belli ornamenti ed oggetto di studio prezioso».

(Antonio Sansone, 1914)

Così, in maniera lungimirante e quasi profetica, si esprimeva Antonio Sansone, relatore per conto del Demanio Forestale Statale, subito dopo l’acquisto nel 1914 da parte dello Stato delle Foreste Casentinesi. Una sorta di anticipazione di quanto avverrà quarant’anni dopo, nel 1955, quando l’allora amministratore delle Foreste Casentinesi Fabio Clauser, si trovò di fronte alla possibilità di procedere al taglio del bosco sulle pendici settentrionali di Poggio Scali, sopra Sasso Fratino. Lui stesso propose all’amministrazione di fare un passo indietro e di istituire piuttosto una riserva naturale sul modello di altre create in Europa dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). Ma per far accettare la proposta si rivelarono fondamentali gli sforzi congiunti anche di Mario Pavan dell’Università di Pavia e del Professor Gösswald dell’Università tedesca di Würzburg, oltre che del naturalista Pietro Zangheri.

Nel 1959 l’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali istituisce la prima Riserva Naturale Integrale d’Italia, a Sasso Fratino, negli stessi territori indicati dalla relazione Sansone, su un’area di 113 ettari sul versante nord-est di Poggio Scali. Successivamente la Riserva verrà estesa a più riprese fino agli attuali 764 ettari, a testimonianza del successo di un’iniziativa avviata con tanta fatica.

La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, oggi Patrimonio Unesco assieme a un’ampia area circostante, si trova nel versante settentrionale dell’Appennino tosco-romagnolo e si affaccia sulla Romagna geografica. I suoi oltre 700 ettari di superficie si estendono dall’altitudine massima di 1.520 m di Poggio Scali a quella minima di 650 m di Ponte di Campo alla Sega. Deve il suo nome all’unione delle parole latine Saxo, roccia, e Frangere, rompere, che sottolineano come la morfologia di questo piccolo ma prezioso tratto di Appennino sia estremamente accidentata. I suoi crinali secondari, che scendono dallo spartiacque principale tra Romagna e Toscana, delimitano profondi fossi nei quali scorrono torrenti ad andamento sud-ovest/ nord-est, ricchi di salti e cascate. L’area è caratterizzata infatti da forti pendenze originate dall’erosione delle marne e dal conseguente crollo dei banchi arenacei, che compongono la formazione marnoso-arenacea diffusa sul versante romagnolo del Parco.

Da quando alla fine del ‘300 la Repubblica di Firenze acquisì le foreste, in precedenza di proprietà della famiglia dei Conti Guidi di Modigliana e di Battifolle, e le affidò all’Opera di S. Maria del Fiore, quest’area fu oggetto di taglio solo in rarissimi casi. A partire dal 1838 le foreste diventarono proprietà diretta del Granduca Leopoldo II: la relazione sullo stato di conservazione delle foreste dei due forestali boemi, Antonio Seeland e Karl Siemon, ci porta le prime notizie di aree difficilmente accessibili ancora con grande abbondanza di faggi maturi e stramaturi. Le successive notizie ci portano quindi al 1915, a seguito dell’acquisizione delle foreste da parte dello Stato Italiano: secondo la Relazione sull’Azienda del Demanio Forestale dello Stato (Relazione Sansone), l’area corrispondente all’attuale riserva «è stata sempre utilizzata pochissimo: in qualche punto si potrebbe dire che non è stata utilizzata mai».

Foto di Francesco Lemma
Legno morto a Sasso Fratino - Foto di Giorgio Amadori
I ripidi versanti di Sasso Fratino - Foto di Riccardo Rimondi
Foto di Stefano Belacchi
Foto di Francesco Lemma
Un tappeto di aglio orsino - Foto di Alessandro Cappuccioni
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma

Biodiversità

Una foresta ricca di specie

Il faggio rappresenta la specie dominante su tutta l’area. Sopra i 1.300 m la foresta è una faggeta pressoché pura con la sporadica comparsa di qualche acero di monte, frassino maggiore e sorbo degli uccellatori. Il nucleo centrale della Riserva è caratterizzato invece da boschi misti predominati da faggio e abete bianco, con la presenza di numerose altre specie, come acero di monte, acero riccio, olmo montano, tiglio a foglia larga, frassino maggiore e tasso. Sotto gli 800 m al bosco misto di faggio-abete si aggiungono latifoglie quali cerro, rovere, acero opalo, acero campestre, orniello, ciavardello, carpino nero, carpino bianco e nocciolo. Fra gli arbusti, in particolare nelle situazioni marginali e più illuminate, si segnalano maggiociondolo, corniolo, perastro e sorbo montano. Una presenza molto preziosa è quella dell’agrifoglio, che vegeta sporadicamente nel sottobosco della fascia più calda e temperata delle faggete, assieme a numerose altre specie floristiche.

Funghi, muschi, licheni e felci formano una componente caratteristica delle foreste vetuste. Nella Riserva di Sasso Fratino sono state trovate ad oggi 554 specie diverse di funghi superiori, molte delle quali legate al legno morto: una di questa è dedicata alla Riserva stessa Botryobasidium sassofratinoense e due sono nuove specie per la scienza qui scoperte e descritte Fomitopsis labyrinthica e Ceriporiopsis guidella.

Nelle foreste vetuste la diversificazione nelle popolazioni di licheni è generalmente assai alta e Sasso Fratino non fa eccezione: vi si contano ad oggi 102 specie, incluse quelle epifite che crescono su rami e cortecce come Lobaria pulmonaria, particolarmente legata ad alberi vecchi o vecchissimi. La Riserva conta infine ben 66 specie diverse di muschi e 27 specie di felci: tra queste figurano la lingua cervina Phyllitis scolopendrium, specie rara e protetta che qui forma popolazioni straordinariamente ricche, e la rarissima penna di struzzo Matteuccia struthiopteris, entità alpina che vede qui la sua unica stazione, scoperta nel 1995, per l’Italia peninsulare.

Dal punto di vista faunistico, Sasso Fratino e il Parco Nazionale più in generale ospita una delle popolazioni più importanti di lupo dell'Appennino, oltre che il raro gatto selvatico, e popolazioni di quattro specie ungulate, ovvero cervo, daino, capriolo e cinghiale. Sono presenti circa una ventina di specie di Chirotteri, tra cui molte specie legate a foreste vetuste. La foresta ospita numerose specie di anfibi tra cui rane rosse, tritoni e salamandre ed è un importante sito riproduttivo di uccelli legati alle foreste mature.

Due uccelli sono particolarmente legati a questa foresta: il picchio nero e l’aquila reale. Il primo, una delle specie simbolo del Parco, non era mai stato segnalato in passato in quest’area e ha colonizzato l’area protetta a partire dal 2000, insediandosi proprio inizialmente a Sasso Fratino. Oggi, passeggiando in foresta, non è raro poter ascoltare il suo grido di allarme o il suo prolungato tambureggiamento sui tronchi.

Per l’aquila reale invece è stata documentata una straordinaria nidificazione su un grande abete di 35 m d'altezza, proprio all’interno della Riserva Integrale. Questo evento è stato reso ancora più incredibile dalla presenza di due giovani esemplari, rarità che si somma a quella del nido su albero, fatto abbastanza raro per l’Italia e per l’Appennino.

Infine, le foreste vetuste del Parco ospitano una moltitudine di insetti, tra cui il gruppo più variegato è sicuramente quello legato al legno morto. Due specie simbolo di questo vasto mondo sono sicuramente la Rosalia alpina, un coleottero dalle lunghe antenne simbolo dei boschi di faggio dell’Appennino, e lo scarabeo eremita odoroso, abitante nascosto degli alberi cavi e secolari, presenti nelle foreste dell’UNESCO.

Un allocco dentro una cavità di un albero - Foto di Marco Fabbri
Un maschio adulto di astore - Foto di Marco Fabbri
Un imponente maschio adulto di cervo nobile - Foto di Francesco Lemma
Cervo volante - Foto di Francesco Lemma
Colubro di Esculapio - Foto di Fabio Savini
Il raro geotritone italiano - Foto di Marco Fabbri
Scarabeo eremita odoroso - Foto di Francesco Lemma
Il picchio nero, il più grande dei picchi europei - Foto di Giorgio Amadori
Picchio muratore - Foto di Marco Fabbri
Rampichino alpestre, piccolo uccello delle foreste mature - Foto di Francesco Lemma
Rosalia alpina o cerambice del faggio - Foto di Francesco Lemma
Salamandra pezzata - Foto di Giuseppe Molinari
Salamandrina di Savi - Foto di Francesco Lemma
Una Rovere, specie di particolare importanza per Sasso Fratino - Foto di Giordano Giacomini
Un maschio adulto di sparviere - Foto di Marco Fabbri

Come arrivare

Il Parco Nazionale abbraccia un tratto di Appennino a cavallo tra la Romagna e la Toscana. Il territorio è servito dagli aeroporti di Firenze, Bologna, Forlì e Rimini.

È raggiungibile inoltre in auto dal versante adriatico tramite la A14 (Bologna-Rimini) ai caselli di Faenza, Forlì e Cesena. Da Faenza, risalendo la valle del Tramazzo si raggiunge il Comune di Tredozio. Da Forlì, risalendo le valli dei fiumi Montone (SS 67), Rabbi (SP 3) e Bidente (SP 4) si raggiungono rispettivamente i Comuni di Portico-San Benedetto, Premilcuore e Santa Sofia. Da Cesena, risalendo la valle del fiume Savio con la E45 si raggiunge il Comune di Bagno di Romagna.

Dal versante tirrenico è raggiungibile con la A1 (Milano-Roma), ai caselli di Firenze, Barberino del Mugello e Arezzo. Da Barberino e da Firenze tramite la SS 67 si raggiungono i Comuni di San Godenzo e Londa. Da Firenze, dopo Pontassieve deviando per la SR 70, è inoltre possibile raggiungere i Comuni di Pratovecchio Stia, Poppi e Bibbiena. Da Arezzo, infine, con la SR 71 si raggiungono i Comuni di Chiusi della Verna, Bibbiena, Poppi e Pratovecchio Stia.

È possibile utilizzare anche il treno per raggiungere l’area protetta: in Toscana è possibile infatti giungere direttamente alle stazioni di Bibbiena, Poppi, Pratovecchio e Stia nel versante Casentinese a partire da Arezzo, e alla Stazione di Pontassieve e Contea-Londa nel versante Mugellano a partire da Firenze. In Romagna il Parco è raggiungibile in treno fino alle stazioni di Faenza, Forlì e Cesena.

In autobus il Parco è infine servito per il versante romagnolo dalle linee bus extraurbane “Start Romagna”, le quali percorrono tutte le principali vallate e arrivano all’interno dell’area protetta. Allo stesso modo, in Toscana, il Parco è servito dalle linee "Etruria Mobilità” e “Autolinee Mugello Valdisieve”.

Per informazioni:
Orari dei treni: www.trenitalia.it
Autobus versante romagnolo: www.startromagna.it
Autobus versante casentinese: www.etruriamobilita.it
Autobus versante fiorentino: www.amvbus.it

Sentieri

Di norma, la creazione di un sito Unesco comporta ovvi riflessi anche sull’economia turistica del territorio e l’Italia, con i suoi attuali 53 siti, ne sa qualcosa. Ciò non varrà per Sasso Fratino, che è tutto fuorché luogo turistico. Come noto, essendo Riserva Naturale Integrale, risulta accessibile solo per ragioni di vigilanza e di studio. In pratica in un luogo come Sasso Fratino non si può, in nessun modo, entrare autonomamente e la descrizione di un itinerario al suo interno non può entrare in alcuna guida naturalistica o escursionistica.

Al visitatore giustamente curioso si chiede comunque una rinuncia, a ben vedere piccola, a fronte di un vantaggio collettivo: quello di preservare Sasso Fratino come testimone assolutamente integro e incontaminato dell’evoluzione di un habitat del tutto naturale. Peraltro tutt’intorno alla Riserva ci sono foreste altrettanto belle e liberamente accessibili, anch’esse comprese nel sito UNESCO. Proponiamo allora due percorsi, nella Foresta della Lama e in quella di Campigna, che di fatto presentano angoli di natura splendidi non meno di Sasso Fratino. A questi due percorsi aggiungiamo una terza escursione consigliata, per scoprire il mondo delle foreste vetuste del Parco, che si sviluppa sul sentiero 00, la cosiddetta Giogana. Questa ci condurrà ai confini della Riserva Integrale, fino al punto panoramico di Poggio Scali, splendido balcone naturale sulle foreste e su Sasso Fratino, luogo ideale in cui osservare e riflettere sul territorio del Parco e sulle foreste Patrimonio dell’Umanità.

E' possibile inoltre scoprire le numerose altre proposte escursionistiche nel Parco all'indirizzo trekking.parcoforestecasentinesi.it e consultare la mappa web all'indirizzo maps.parcoforestecasentinesi.it. Il Parco mette inoltre a disposizione l’app “PNFC trekking mapp”, scaricabile per dispositivi android e IOS, con la quale navigare sui sentieri del Parco anche in modalità offline.

1. Il sentiero degli Scalandrini

Dal Passo Fangacci fino a La Lama. Ritorno per il fosso degli Scalandrini

  • Lunghezza 13 km (compresa la deviazione a Monte Penna)
  • Dislivello 800-900 m
  • Tempo complessivo 5 ore circa (soste escluse)
  • Difficoltà da media a elevata (a seconda della stagione e delle condizioni del terreno, comunque abbastanza accidentato; il dislivello e la lunghezza sono tutt’altro che trascurabili)

Questo percorso è un giro circolare di bellezza incomparabile, fra ambienti selvaggi come pochissimi altri in zona. Tra i tanti modi per raggiungere la Lama e la sua foresta, è sicuramente quello migliore per visitare le foreste vetuste che circondano il bel pianoro, in parte acquitrinoso, incastonato fra balze rocciose. La deviazione iniziale per Monte Penna è motivata dalla rara veduta panoramica, forse la più bella di tutto il Parco, come da un balcone spalancato sul sottostante mare di foreste.

2. Da Campigna al Ballatoio e ritorno per la Calla

Per Villaneta e il versante nord della Foresta

  • Lunghezza 9 km circa, poco meno se si torna direttamente da Fonte del Raggio a Campigna per la pista forestale
  • Dislivello 500-600 m (molto meno se si torna direttamente da Fonte del Raggio a Campigna per la pista forestale)
  • Tempo complessivo 4-5 ore circa (soste escluse)
  • Difficoltà da bassa a media (a seconda delle condizioni stagionali e del terreno)

Di escursioni a piedi, attorno a Campigna, ce ne sono molte, per tutti i gusti e tutte le esigenze. Questa possiede una serie di prerogative non comuni. Soprattutto consente di scoprire tutte le specie arboree della foresta, anche quelle più rare e sporadiche. Si svolge infatti in un ambiente biologicamente ricco e in una fascia altitudinale che va dai quasi 1.300 m fino agli 800 m, caratterizzata dal faggio ma che, soprattutto alle quote inferiori, si arricchisce di molte altre componenti raggiungendo una sorta di culmine di biodiversità per l'intero Appennino settentrionale. L'itinerario è ad anello e morfologicamente mai uniforme perché scavalca una serie di valloni intervallati ad altrettanti crinali secondari che poi, dopo il "giro di boa" di Fonte del Raggio, riattraverseremo in senso contrario, più in basso.

3. Dal Passo della Calla a Poggio Scali

Attraverso due Riserve Naturali Integrali

  • Lunghezza 9 km circa (andata e ritorno)
  • Dislivello in salita (all’andata) 250 m
  • Dislivello in discesa (al ritorno) 250 m
  • Tempo di andata 2,5 ore
  • Tempo di ritorno 2 ore
  • Difficoltà da bassa a media (a seconda delle condizioni stagionali e del terreno)

Questo percorso rappresenta solo la prima metà della lunga attraversata che consente il più bell'accesso all'Eremo di Camaldoli, ovvero quello a piedi. È tuttavia questa prima metà ad offrire motivi di interesse paesaggistico-naturalistico assolutamente di prim'ordine che la rendono escursione con la "E" maiuscola, emozionante e memorabile. Il percorso consigliato prevede di percorrere la comoda pista forestale che corre nei pressi del crinale fra le riserve integrali di Sasso Fratino e della Pietra, in uno scenario forestale incantato. Il bosco è una distesa compatta e continua, da cui si esce soltanto nell'isola erbosa e molto panoramica della cima di Poggio Scali (1.520 m), uno dei punti panoramici più belli di tutta l’area protetta.

Foto di Francesco Lemma
Foto di Matteo Perini
Foto di Nevio Agostini
Foto di Matteo Perini
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Matteo Perini
Foto di Matteo Perini

Attività

Ogni stagione riserva uno sguardo diverso sugli ambienti forestali e numerose sono le proposte di fruizione nell’arco dell’anno. In primavera la foresta riprende vita sotto forma di un mare verde, punteggiato di bianchi ciliegi, che si stende placido verso il crinale appenninico. È la stagione migliore per l’escursionismo e per l’osservazione naturalistica di numerosi avvenimenti: il risveglio degli animali, i canti degli uccelli e le splendide fioriture accompagneranno il cammino. L’estate è il periodo dell’anno in cui il Parco conosce il maggior afflusso turistico. All’ombra delle foreste e nelle fresche acque dei torrenti si trova sollievo dalle alte temperature. Un ricco programma di escursioni e attività permette di conoscere il Parco in questo speciale momento dell’anno. L’autunno è la stagione che coinvolge tutti i sensi: i colori della foresta di fine ottobre, l’emozionante bramito del cervo, la ricchezza dei sapori dei prodotti del sottobosco e della tradizione gastronomica della montagna tosco-romagnola. Ad arricchire questo periodo, oltre a escursioni tematiche e altre attività, troviamo sagre e degustazioni di prodotti locali.

Infine, durante l’inverno, le foreste si coprono di bianco e tutto sembra fermarsi: un periodo dell’anno da scoprire sulle ciaspole, per ammirare il fascino di paesaggi imbiancati, delle notti invernali, del bosco dormiente e dei suoi abitanti.

Il territorio del Parco, di cui le Foreste Casentinesi rappresentano il cuore topografico e naturalistico, offre una moltitudine di opportunità. Per gli appassionati di foreste, dato che la Riserva di Sasso Fratino come noto non è visitabile, sarà possibile visitare le Foreste di Campigna e della Lama, le quali offrono scorci altrettanto affascinanti e sono dotate di una ricca rete sentieristica adatta a tutti i gusti.

Alcuni grandi itinerari, come il Sentiero delle Foreste Sacre e l’Alta Via dei Parchi, consentono di intraprendere un vero viaggio dello spirito, tra foreste secolari, luoghi di culto e di storia millenari, sulle orme di illustri predecessori che ne hanno cantato le suggestioni (Dante, Ariosto, Benvenuto Cellini, Alfredo Oriani, Dino Campana), o hanno trovato l’ambiente ideale per la loro meditazione e per la costruzione di eremi e santuari come Camaldoli e La Verna (San Romualdo, San Francesco).

Se i grandi itinerari richiedono troppi giorni e un tempo eccessivamente lungo, che non sempre possiamo concederci, un’ulteriore possibilità è data dalle proposte Da Rifugio a Rifugio: una decina di anelli di tre giorni di collegamento non solo tra rifugi, ma anche tra agriturismi, locande e vecchi poderi che sapranno offrirci il meglio dell’ospitalità rurale, immersi per la durata di un weekend lungo nel territorio del Parco.

Infine, il Parco si è dotato negli anni di importanti strutture di accesso e orientamento per il visitatore come Centri Visita e Punti Informazione. Oltre a un planetario a Stia (AR), dove si svolgono attività di divulgazione astronomica e osservazione del cielo, è possibile visitare un Giardino Botanico, quello di Valbonella, a 3 km da Corniolo, contenente numerose specie floristiche dell’Appennino con ricostruzione fedele dei loro rispettivi habitat, meta ogni anno di numerosi studenti e visitatori.

Escursione lungo uno dei Sentieri Natura del Parco - Foto di Francesco Lemma
Laboratorio didattico Giardino Botanico Valbonella - Foto di Francesco Lemma
Foto di Fabio Liverani
La cascata del Lavane in primavera - Foto di Francesco Lemma
Escursione in battello nella Diga di Ridracoli - Foto di Francesco Lemma
Escursione in canoa nella Diga di Ridracoli
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma
Il Sacro Eremo di Camaldoli - Foto di Francesco Lemma
Foto di Francesco Lemma

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Progetto finanziato a valere sui fondi Legge 20 febbraio 2006, n. 77 "Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella "lista del patrimonio mondiale", posti sotto la tutela dell'UNESCO.